Nel posto sbagliato al momento sbagliato

Si trovava “nel posto sbagliato al momento sbagliato”. A scriverlo il gip Ludovica Mancini nell’ordinanza di custodia cautelare notificata ad Antonio Cesarano…

È una tranquilla sera d’estate. È il 9 luglio. So no i giorni del Summit del G8 a L’Aquila, in Abruzzo, nella terra del terremoto. Obama e la Merkel a braccetto tra le macerie. L’Italia che piange le vittime di un ingiusto terremoto. Immagini che commossero il mondo mentre aziende speculavano su quel sisma e su quell’evento. Ma questa è un’altra storia.

L’anno è il 2009, quello del ritorno dei Take That con The Garden, dei Negroamaro e di Meraviglioso ricordando Modugno, degli Oasis con I’moutta time, di Annastacia con Absolutely positively e de la Sincerità di Arisa.  
Al cinema Cameron porta il suo Avatar e per i ragazzi c’è Harry Potter i il principe mezzosangue. 
Estate aspettando il mondiale nell’anno che verrà in una terra ai confini della provincia napoletana che si fonde con Salerno. Siamo a Poggiomarino, sul margine della Valle del Sarno. Sarno, il fiume più inquinato d’Europa, un triste primato per un corso d’acqua che ha avvelenato la terra e gli animi di un popolo, di un territorio che una volta era ricco. Ricco di acqua, acqua che è vita. Poggiomarino era attraversata per intero dal canale conte di Sarno, un’opera di ingegneria idraulica, un vero monumento, oltre ad essere all’origine della prosperità della vicina Torre Annunziata. Serviva ad alimentare i mulini della vecchia capitale della pasta e nel contempo ad irrigare le terre di quella Campania Felix alle falde del Vesuvio. In quel contesto nacque Poggiomarino. Negli anni della costruzione del canale gli operai impegnati nella costruzione crearono delle abitazioni, precarie in un primo momento, più stabili in seguito. Nacque così un borgo che assume il nome di “Podio Marino”. 
Conte di Sarno coperto con il cemento di Pasquale Galasso, Conte di Sarno che diventa fogna e che da vent’anni attende di sbucare nelle acque del Tirreno sporche e inquinate. Sfocia invece nei campi il canale. Nei campi dove sono stati scoperti gli scavi preistorici di Longola. Conte di Sarno simbolo di nascita per una comunità ricordando il passato, oggi segno di degrado e morte. Diventando alla fine degli anni ottanta una vera e propria bomba ecologica che bagna le terre. Quei terreni grazie ai quali continuiamo ad avere verdure sulle nostre tavole! 
È una tranquilla sera d’estate in una piazza di un paese di periferia dove i pullman non passano ad una certa ora, dove l’unico collegamento resta la vesuviana ma solo fino alle 23. Vagoni che corrono attraversando un territorio bloccato dai passaggi a livello, sempre pieni di extracomunitari che tornano dal lavoro. Quello dei campi, fatti di braccia. Quello delle famigli fatte di premura, di attenzioni, di cure, di quelle che ormai non possiamo e non vogliamo più fare: non è un lavoro per noi. Tante le colf, le badanti, le baby sitter che dall’est Europa cercano l’America in queste terre. Quello di vu cumprà, quello di venditori ambulanti, di lavavetri, venditori di fazzolettini. Quello di giovani ragazze che vendendo il loro corpo vendono la propria anima, arrivate qui con inganno, trattenute con forza e riti tribali di un mondo che fu, ma che è e resta il loro mondo. Poggiomarino accoglienza di solidarietà, integrazione e ogni tanto razzismo, ma si sa la mamma degli stolti è sempre incinta qui come in tutto il mondo. Poggiomarino terra vulcanica, calda e ricca di vita, di fuga dalla guerra, dalla morte. Poggiomarino Sogno Americano per chi viene da Maghreb, dalla Romania e dalla Cina. 
Poggiomarino dal caldo infernale, Poggiomarino compro un gelato e passeggio per la strada, Poggiomarino una spiga salta come cena, Poggiomarino questa sera meglio stare in strada, fa caldo, troppo caldo. Poggiomarino da vivere in piazza, per il corso, alla ricerca di un po’ di fresco.

Nicola Nappo è un fabbro. È un giovane di ventitré anni con i suoi sogni, le sue speranze, la sua vita. Quella di un ragazzo, che in questa terra, che è una palestra, prova a fortificarsi per non fare una brutta fine. Nicola fa o ferrare, lavora il ferro, vuole imparare un mestiere. Nicola come quelli della sua età è in piazza, è lì tutte le sere, è un giovane come tanti. In Via Roma, vicino a Piazza De Marinis davanti ad una scuola elementare, forse quella sarà stata la sua scuola, quella che l’ha visto crescere, quella che l’ha formato. Forse Nicola come tanti altri ragazzi non è andato a scuola, la sua scuola è stata la strada. Nicola è un lavoratore, un grande lavoratore. Ha imparato sul campo, è un artigiano, un lavoro prezioso il suo, in una terra che mantiene ancora gli antichi mestieri. In una terra che sfida così la globalizzazione. Nicola è la persona sbagliata, nel posto sbagliato secondo il Gip. Il posto sbagliato è una panchina in Via Roma difronte ad un bar. Nicola è su una panchina, una delle tante. È su di una panchina posta un po’ distante della piazza, sta parlando con una ragazza. Più in là due ragazzi, lo scrutano da lontano. Non sono due guardoni, Nicola sta solo parlando. Guardano, osservano le mosse dei due giovani. 
È quasi mezzanotte quando i due ragazzi si trovano su una panchina poco illuminata. È quasi mezzanotte quando due persone si avvicinano loro e sparano.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto colpi. 
Otto colpi all’indirizzo del fabbro.
Solo uno quello mortale.

Di rimbalzo, uno dei proiettili ferisce la ragazza alla gamba: sarà portata all’ospedale di Scafati dove sarà estratto il proiettile. L’arma usata, un calibro 9×21 la pistola preferita dai killer della camorra.

Rapina finita male, si leggerà nei giornali nei giorni seguenti, forse un agguato ispirato alla malavita organizzata, forse una vendetta. Tante cose si diranno su quella vicenda di sangue. Una sola verità, una conclusione drammatica: un giovane è morto e la sua amica ferita alla gamba.

Per anni la famiglia ha provato a difendere l’onore di Nicola, per anni, fin troppi, fino a che non è uscita fuori la verità. Anche gli amici hanno provato a ricordare l’onore di un ragazzo ucciso con un torneo di calcetto, un memorial dedicato a Nicola.

Nelle storie delle vittime, spesso accade che vengono ammazzati la seconda volta dopo la morte. Ammazzandone la memoria, infangandola con sospetto, con la convinzione che se l’hanno ucciso di sicura qualcosa avrà fatto. È accaduto per Nicola, accadrà per tanti. Sembra impossibile che una società come la nostra si possa essere uccisi per nulla, senza aver commesso nulla. A nessuno viene in mente che si possa essere uccisi per banalità, per lucida follia. Questa è una terra in guerra dove ci si ammazza in strada, senza rispetto. Gli assassini uccidono sempre e comunque. In questa mediocrità che ci assale, pensiamo che debba esserci per forza una plausibile ragione per ogni assassinio. Quando si muore per mano della camorra, si è vittima e basta. Chi uccide ha solo scelto la strada più ingiusta per esistere.

I due giovani erano solo seduti su di una panchina in piazza, in una delle tante piazze, di posti senza identità, di posti che offrono solo una piazza, una piazza e niente più. Hanno sparato, volevano uccidere, hanno colpito al volto. Via Roma vicino Piazza De Marinis: il posto sbagliato. 9 luglio momento sbagliato. Questo dirà il Gip nell’ordinanza di custodia cautelare per Antonio Cesarano.

Si trovava nel posto sbagliato? No, non è così. Non deve essere così. Il fatalismo la casualità non c’entrano. Dobbiamo dare un giusto significato alle parole. Anche quando le parole sono stanche e noi siamo stanchi di parole, ma bisogna avere il coraggio di dare il giusto significato alle parole. Davanti alla bastardaggine della camorra, davanti alla barbarie dobbiamo riconoscere che Nicola, così come le tante vittime innocenti della camorra erano nel posto giusto. Sono i criminali che sono nel posto sbagliato al momento ingiusto.

Non si trattò di una rapina ma di una vera e propria esecuzione compiuta per errore. Nicola Nappo, incensurato, non era il vero destinatario dell’agguato: l’obbiettivo, l’hanno confermato i carabinieri di Torre Annunziata dopo tre lunghi anni. Doveva essere punito per aver picchiato il figlio del capo clan dei Sorrentino, un affiliato del clan camorristico dei Giugliano – Fabbrocino. I killer intendevano uccidere il pregiudicato Carmine Amoruso, che una ventina di giorni prima aveva litigato con Sebastiano Sorrentino, figlio del boss Giuseppe.

Invece, nell’agguato di camorra, il 9 luglio del 2009, fu ucciso, per errore, Nicola.

Il ragazzo sbagliato, nel momento sbagliato, nel momento sbagliato, in compagnia della persona sbagliata.

No, il ragazzo era giusto, quando si vive, si lavora, si ama vuol dire che si è giusti e si è nel posto giusto. Nel posto giusto in un momento giusto per un ragazzo giusto. Quelle persone sono sbagliate, noi siamo nel posto giusto. Noi dobbiamo restare nonostante tutto, loro devono andare via. Loro sono morti che camminano, perché hanno un destino già segnato. Il coraggio è restare e non avere paura. La paura si sa è il più semplice dei sentimenti, essa deve essere accomandata dal coraggio per sconfiggerla. Non bisogna farsi sopraffare dalla paura, altrimenti le tesse diventano un ostacolo insormontabile che ci impediscono di andare avanti.

La ragazza ferita nell’agguato, quella che parlava con Nicola Nappo prima che venisse barbaramente trucidato, aveva 18 anni, era legata sentimentalmente, fino a poco tempo prima del vile agguato, con il pregiudicato Carmine Amoruso, il vero obbiettivo dell’omicidio. Quest’ultimo aveva una forte somiglianza fisica con la vittima. Stare insieme ad una ragazza, ex fidanzata di un pregiudicato, oltre alla somiglianza fisica tra i due giovani, Nicola Nappo e Carmine Amoruso, indusse i killer in errore.

Antonio Cesarano prestò la propria auto ai killer, successivamente ne denunciò il furto. La vicenda è ricostruita dallo stesso Cesarano in alcune conversazioni avvenute in carcere con i familiari e intercettate dai carabinieri. L’indagato, in particolare, legato al clan Sorrentino o “dei campagnoli”, aveva incaricato un altro affiliato di rubare una vettura da utilizzare per il raid. All’ultimo momento quest’auto venne meno, Cesarano dovette mettere a disposizione dei sicari la propria.

“Purtroppo – commenta in uno dei colloqui intercettati- quando una sta in mezza alla strada la carriera è questa”. La carriera, come se fare il camorrista fosse un mestiere come altri!

In un’altra conversazione con la moglie, Cesarano spiega di aver confessato l’accaduto a un sacerdote, il quale però gli ha negato l’assoluzione: “È venuto un parroco esorcista qua a confessarmi, perché io ho commesso un peccato grave e non lo potrò dire nemmeno a te un peccato grave, grave ho peccato, ho fatto un peccato mortale. E si Signore, mi ha detto il prete disse che non c’era l’assoluzione per me. Sono coinvolto in quella situazione di quella macchina”. 
Nicola è vivo, è in mezzo a noi e lo sarà per sempre se non lasceremo nell’oblio il suo sacrificio. Il ricordo lo farà vivere in eterno, quel suo sacrificio lo fa profumare di vivo. Solo loro, che pensano di essere forti e vivi solo perché hanno i soldi ed una pistola in mando. Sono loro che hanno un percorso già segnato, sono loro che puzzano di morto. 
Riposa in pace Nicola.
(Napoli. Storie sbagliate – Tonino Scala – Il quaderno edizioni 2016)